Don Antonio Spalatro nella società che cambia. Vieste dagli anni ’50 a oggi.

Conversazione di don Salvatore Miscio, vicario episcopale per la Pastorale dell’Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo e docente di ecclesiologia presso la facoltà teologica pugliese, su don Antonio Spalatro.

 

Carissimi, con grande gioia ho accettato l’invito di don Tonino Baldi a riflettere con voi su una vita credente e presbiterale a cui guardiamo con ammirazione, non tanto per la straordinarietà della sua esistenza, ma per la capacità di vivere l’ordinario con una passione straordinaria. Passione che nasce dalla fede nel Signore Risorto e dal desiderio mai celato di rispondere alla chiamata alla Santità. Costantemente consapevole dei propri limiti, terrorizzato dalla possibile mancanza di umiltà, come spesso ripete nelle pagine del suo diario, don Antonio Spalatro non solo racconta le sue passioni e le sue preoccupazioni, ma ci restituisce un esempio di cura verso la propria vita spirituale che gli permette di cogliere quanto il Signore gli chiede quotidianamente e quanto, contestualmente, lo solleciti la vita del popolo. Sono le coordinate essenziali per essere uomini di fede, attenti a Dio e alla storia.

Volendo approfondire in modo particolare cosa emerge dalla testimonianza di don Antonio Spalatro rispetto alla società che cambia a Vieste dagli anni ’50 a oggi, ho scelto di invertire l’ordine del titolo di questo contributo. Parto dal cogliere alcuni dei punti essenziali (ma non esaustivi) della cultura viestana negli ultimi decenni, scelti per delineare quei cambiamenti inerenti il modo di vivere la fede, per poi provare a scegliere tra i tratti fondamentali della santità di don Antonio alcuni che potrebbero suggerire intuizioni nuove per la missione della chiesa oggi. Vieste ha sempre bisogno del Vangelo. Le occorrono, dunque, ancora oggi credenti generosi che lo annuncino, in ogni modo e, se è necessario, anche con le parole.

 

Vieste dagli anni ’50 a oggi

 

La città di Vieste, così come tutta la fascia costiera del Gargano, dagli anni ‘50 a oggi è stata investita e cambiata da un’ondata di modernizzazione, piuttosto caotica, provocata soprattutto dal “boom turistico” che, pur apportando innegabili utili da investire nel territorio, non sempre è stato gestito con razionalità ed efficienza, tanto da creare incertezze, accelerazioni, scompensi a vari livelli (sociale, economico, politico, ambientale, legale).

Anche a livello culturale, Vieste ha creato una situazione sociale ibrida, reagendo ai tentativi di rinnovamento delle forme di convivenza sociale e di adesione ai modelli esterni portati dai turisti, con una nostalgia del passato e una critica perplessità di fronte alle diverse manifestazioni del nuovo. Intanto, si sono attuati rapidi passaggi a una struttura produttiva turistico-terziaria, con una ridefinizione urbanistica del territorio che ha portato a forme nuove di appartenenza e di legame con la collettività civile.

La rapidità delle trasformazioni non ha consentito una contemporanea e contestuale evoluzione strutturale e culturale, generando ovviamente degli scompensi: difficoltà di uno sviluppo integrato di attività produttive, esito occupazionale aleatorio e sacche di depressione produttiva, crescita dei divari tra le categorie sociali, frammentazione dell’orizzonte culturale e problematicità dei punti di riferimento e dei valori capaci di orientare atteggiamenti e comportamenti; accentuazione del divario generazionale e problematicità del processo educativo e di socializzazione.

Si può comprendere il potenziale dellattuale evoluzione di Vieste come di tutto il territorio del Gargano, solo se si passa da una visione che lo ritiene solamente una realtà segregata (Eisermann e Acquaviva) ad una che preferisce valutare la situazione come in transizione (Orlando e Pacucci). Vieste e i viestani stanno cambiando, si stanno evolvendo e questo cambiamento va vissuto dall’interno per imprimergli non solo la direzione migliore ma anche caratterizzarlo con i valori più auspicabili. Quale può essere il ruolo delle comunità cristiane in questa transizione?

 

La società che cambia

 

«I profondi cambiamenti socio-culturali di questi ultimi decenni e il processo di secolarizzazione che li ha accompagnati hanno messo in evidenza il nuovo precario rapporto tra Chiesa/mondo, fede/vita, vangelo/cultura, ecc. Si può dire, senza pericolo di esagerare, che al disincanto del mondo, si è accompagnato un lento estraniamento della vita e della cultura dalla fede cristiana».

Il tessuto culturale su cui si fondano i vissuti oggi mette in luce un tendenziale spostamento da valori più stabili e tradizionali verso un’interpretazione della vita legata alla soggettività e a criteri di riferimento più mobili. Questo passaggio non è avvenuto del tutto, neanche nelle nuove generazioni. Continua ad essere in atto dando forma ad una costante transizione. Questo vuol dire che a livello culturale tutto è ancora in gioco e nella provvisorietà dei comportamenti, nell’assenza di modelli di riferimento predefiniti, nell’oscillazione tra universale e locale, si aprono tensioni ma anche disponibilità, incoerenze ma anche la ricerca di criteri più funzionali per l’organizzazione dell’esistenza. È vero che oggi il patrimonio esperienziale degli adulti non fornisce più valori propositivi per i figli (sembra piuttosto che siano i figli a poter insegnare qualcosa agli adulti!) e che il sapere collettivo non risulti una risorsa utilizzabile o replicabile. È vero altrettanto che è possibile condividere la ricerca di un modo nuovo di fruire dei valori nella vita quotidiana, anche grazie ad una maggiore condivisione simultanea e diffusa tramite i nuovi mezzi di comunicazione; c’è un desiderio di maggiore qualità della vita sociale; il rapporto con gli altri e con le istituzioni fondamentali è divenuto meno formale e più orientato alla tolleranza e al rispetto. Come cogliere queste opportunità e renderle operative, sapendo che non tutti hanno la stessa percezione della situazione e non è scontato il convergere verso una visione condivisa della realtà? Il rischio, ancora una volta, è quello di rimanere buoni spettatori del processo di cambiamento, senza diventarne attori.

Le comunità parrocchiali infatti registrano un qualche imbarazzo nell’abitare queste situazioni, non sempre riescono a mostrare l’adeguata disponibilità per un effettivo coinvolgimento e stentano a trovare modalità significative di testimonianza sociale. Gli stessi praticanti vivono la loro dimensione religiosa con discontinuità perché travolti da occupazioni e da altri interessi e soprattutto da un ritmo di vita frenetico che stravolge tempi e spazi della fede comunitaria e personale.

Quali sono i motivi storico-culturali di questi cambiamenti:

– La scienza e la tecnica hanno avuto un repentino progresso non sempre accompagnato da una riflessione etica e spirituale adatta; basta pensare a cosa sono diventati tutti gli strumenti tecnologici nella nostra vita negli ultimi anni. L’utilizzo di piattaforme comunicative hanno letteralmente stravolto linguaggi, atteggiamenti e convinzioni profonde.

– La società cristiana ha ceduto il passo alla secolarizzazione. Ci rendiamo conto che i criteri coi quali valutiamo ogni aspetto della vita provengono da principi non cristiani né tradizionali.

– È aumentato il divario tra Chiesa e cultura: si parla della esculturazione della fede. Tutti siamo immersi nel mondo, condividendone ogni potenzialità e ogni limite, ma viviamo la nostra fede e l’appartenenza alla comunità ecclesiale come se fosse un’esperienza esoterica, che ci porta fuori dalle comuni coordinate della vita.

– La riflessione teologica non sempre ha saputo sostenere un’esigenza di rinnovamento e di cambiamento delle prassi pastorali. Siamo qui stasera proprio per chiederci come rinnovare il nostro modo di guardare e vivere la realtà, facendoci ispirare da don Antonio Spalatro, la cui venerabilità è spendibile soprattutto nel contagiare lo stile del nostro essere cristiani oggi, nella Vieste di oggi, accanto alle donne e agli uomini di oggi. Se la sua vita e la sua azione pastorale sono risultati “ispirati” per la Vieste degli anni ’50, proviamo a cogliere il nucleo di quella ispirazione per imparare l’arte di fare discernimento anche oggi. A nessuna epoca occorre la nostalgia del passato per inibire il nuovo che avviene, serve piuttosto contemplare il bello che è già accaduto perché accada ancora pur nella novità di ogni stagione.

– A Vieste accade ogni anno un fenomeno particolare che può essere indicativo per comprendere meglio la situazione attuale della fede in questo nostro tempo e in questa nostra città: si registra la partecipazione in massa dell’intera comunità cittadina alla festa della Madonna di Merino, con manifestazioni di devozione passionale per Maria e la sua effige; contestualmente, la città sembra cadere in un letargo partecipativo per il resto dell’anno, fatta eccezione di poche unità che conservano una qualche continuità. Come leggere questo fenomeno? Da osservatore esterno e interno, non essendo oriundo del posto ma avendo vissuto tre anni da prete a Vieste, non nascondo la mia meraviglia per tale situazione. È bello ammirare una devozione filiale alla Madre di Gesù, un affetto profondo per la sua immagine, ossequiata per tutta la novena e lungo tutto il tragitto processionale. In tanti si accostano all’eucarestia e alla confessione in quei giorni. Come rendere tale legame una benedizione per ogni giorno dell’anno? Come far nascere da questo sentimento comune, uno stile di vita e di fede quotidiano e condiviso da tutta la cittadinanza? La passione vissuta e manifestata nella processione, come custodirla e alimentarla per tutto l’anno? Come farla maturare in scelte di vita rispettose degli altri, della legalità e dell’ambiente? Il turista che sceglie Vieste, ritrova tale devozione anche nell’accoglienza che riceve, nei servizi che gli vengono offerti, nella giustizia delle dinamiche che guidano tutto l’indotto cittadino? Mi rendo conto che è una bella sfida, che non ha soluzioni semplici e immediate, ma che può costituire una di quelle transizioni di cui approfittare per dare un impulso di fede a una tradizione preziosa e storica, che rischia però di diventare l’emblema di una religiosità senza spiritualità. Don Antonio Spalatro, come tutti i preti che hanno operato e operano a Vieste, certamente vorrebbe vedere il suo amato popolo viestano essere sempre di più un degno figlio di Maria, che ancora una volta suggerisce a tutti: “Qualsiasi cosa vi dirà, fatela (Gv 2, 5).

 

Don Antonio Spalatro oggi

 

Guardando la Chiesa come il Corpo mistico di Cristo, di cui fa parte in quanto cattolico, don Antonio Spalatro la immagina come “un pezzo di liricità stupenda” nel quale teme di essere una nota stonata ogni qualvolta si dà alla bella vita. (Diario spirituale, 23 gennaio 1947)

Ha la percezione chiara del suo posto nella Chiesa e nella società. Si percepisce come uno tra tanti, con il suo peso e le sue responsabilità, con i suoi limiti e le sue potenzialità. È stato «con la sua profonda spiritualità ed intensa vita interiore e con il suo concreto impegno pastorale e nel sociale, attento, com’era, ad avvertire e sempre pronto a rispondere attivamente ai “segni dei tempi”, ai bisogni e alle problematiche sociali del momento». Questo ha fatto di don Antonio un protagonista della vita viestana del suo tempo, partecipando alla ricostruzione di una città e di una comunità nell’immediato dopoguerra, ma anche un precursore dei tempi futuri, nonché di molte intuizioni e scelte del Concilio Vaticano II.

«Non può esserci pastorale che non sia “sociale”, che non interagisca con la società, la cultura, il territorio». Questo è quanto scrivevano i Vescovi italiani nel 1987, ma è quello che continuamente ribadisce il vescovo Moscone alla nostra chiesa locale. Ed è esattamente quanto ha vissuto don Antonio Spalatro, che ancora oggi resta un esempio luminoso e un monito chiaro a tutti i credenti e alle comunità parrocchiali: in quanto cristiani non ci si può sottrarre ad una partecipazione da protagonisti nel cambiamento in atto. Ancora seminarista scriveva che «l’egoismo è il peccato più antisociale, perché ripugna allo stesso fine della società» e continua affermando che se questo principio vale per tutti gli uomini, «per noi sacerdoti esso vale come presupposto solido e fermo, su cui bisogna costruire l’edificio soprannaturale della carità eroica che il prete deve nutrire verso tutti gli uomini che egli può chiamare figli» (Diario spirituale, 10 agosto 1947). Don Antonio spesso nel suo diario si interroga se ciò che lo spinge ad occuparsi dei poveri, ad intervenire anche nella vita sociale di Vieste, ad inventare nuove attività pastorali sia solo idealismo, dato che qualcuno definisce le sue iniziative delle mupìe (Diario, Settimana Santa 1953). Ogni volta riesce a recuperare la motivazione più vera e profonda nella carità pastorale alla quale non vuole mai sottrarsi, privandosi del necessario per offrire ai poveri un aiuto anche a discapito della sua salute al quanto cagionevole.

Scriveva don Antonio Spalatro nel suo diario: “Il popolo vede Cristo in noi? Fede vissuta ci vuole! Trasfusa nel popolo. (Diario spirituale,12 gennaio 1947). Guardiamo con ammirazione don Antonio Spalatro perché incoraggi il nostro desiderio di essere santi oggi, abitando il cambiamento in atto da protagonisti, sapendo che l’epoca che stiamo vivendo non ci permette di pretendere di essere l’unica voce possibile, ma di sedere con umiltà assieme agli altri al tavolo della storia, per contagiare tutti con la freschezza della nostra fede, sperando che quando ci alzeremo da quel tavolo, probabilmente, gli altri non ricorderanno o non apprezzeranno le nostre proposte ma resterà loro addosso il profumo del vangelo.

In una città in transizione come è Vieste, occorre una testimonianza di fede chiara e gioiosa, di una carità attenta e discreta, di una speranza che non delude e non illude. Perciò le comunità cristiane sono chiamate a vivere la storia della propria città con attenzione e partecipazione, conservando la libertà dei figli di Dio e la compassione del buon samaritano. Detto altrimenti, le parrocchie possono essere sempre più un’oasi di misericordia, tanto difficile da ritrovare nelle dinamiche culturali di questo nostro tempo, offrendo opportunità di aggregazione a gente sempre più isolata e in conflitto, annunciando e praticando un vangelo della dignità e della gratuità a persone sempre più provate da problemi di autostima e di denigrazione sociale, mostrando che un mondo più umano è possibile pur davanti a scenari di violenza e egoismo. Don Antonio Spalatro ci invita ad affidarci al Signore, chiedendo a Lui la forza e la creatività che accompagna sempre chi desidera mettersi al servizio del Regno di Dio. Ripeteva spesso nel suo diario: «Signore, voglio le mani bucate ed un cuore grande verso il mio popolo, i miei poveri! Oh, quante sante trovate sa trovare la carità! Quante porte possiamo aprire con tale virtù!» (Diario spirituale, 11 luglio 1948).

Don Salvatore Miscio

 

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