Don Antonio Spalatro - Vieste - sfondi

La salma esposta in casa

Don Antonio Spalatro - foto

La salma esce
dal portone di casa

Don Antonio Spalatro - foto

Corteo funebre al SS.Sacramento alla Cattedrale

Don Antonio Spalatro - foto

LA MORTE

Il diario spirituale di don Antonio Spalatro si ferma al 4 aprile 1954, data abbastanza distante dal suo primo ricovero in ospedale, forse segno di una sofferenza già devastante per il suo gracile fisico. Febbri forti e prolungate, malesseri sofferti già dopo Natale e riacutizzatisi tra aprile e maggio, ci inducono a pensare che il male di cui soffriva don Antonio fosse già in atto da mesi. Egli, che ha tanto scritto nel corso di tutta la sua vita su ogni argomento, tace completamente dal 4 aprile fino al giorno della sua morte. Di questo periodo rimangono solo quattro lettere scritte dai vari ospedali. La scrittura è scompigliata, non la sua solita bella grafia, sintomo dell’estrema debolezza che ha caratterizzato la sua breve, tragica malattia. Egli parla di ematuria ripetuta nel mese di maggio, manifestazione inequivocabile del suo terribile male.

 

Il 26 maggio, rimproverato dall’amico don Mario che lo aveva incontrato per strada febbricitante, si mette a letto e non si alzerà mai più. I primi di giugno viene ricoverato al Policlinico di Bari da dove scrive una prima lettera a don Mario (3 giugno) e un’altra (5 giugno) alle collaboratrici Emilia Iannoli e Gaetana Del Piano. Dà informazioni sulla sua degenza, sull’ospedale e sui professori che lo hanno in cura. Non ha ancora una diagnosi precisa. Nelle lettere parla della parrocchia manifestando il desiderio di tornarci al più presto. Il 7 giugno scrive una seconda lettera a don Mario, sempre da Bari, comunicandogli l’esito degli esami clinici effettuati: infezione cronica dell’epididimo metastatizzata agli organi genitourinari fino al rene destro. Il 9 giugno viene trasferito all’Ospedale di Triggiano dove per un mese e mezzo viene curato, ma invano. L’ultima settimana di luglio fu rimandato a casa. La notizia del rientro di don Antonio a Vieste si diffuse rapidamente e la sua casa divenne meta di pellegrinaggio. Tutti accorrevano a visitarlo, a portargli conforto, e lui aveva per tutti una parola di incoraggiamento e un sorriso. Nella sua casa si pregava, si piangeva, si sperava consapevoli che si stesse consumando qualcosa di grande e di bello. Pur conoscendo la gravità della situazione, la famiglia Spalatro tentò l’ultima opportunità presso la nuova Clinica Sanatrix di Roma, sotto l’assistenza del professor Pietro Valdoni, ma anche qui le cure si mostrarono vane e il 13 agosto venne dimesso con verdetto inesorabile.

 

L’attesa della morte avvenne fra grandi dolori, che egli chiese al Signore, perché questi potessero dare significato alla sua vita, che volle conforme a quella di Gesù. “Ho chiesto a Gesù che ogni gioia della terra mi diventi amara. […] Oh, la sofferenza, dev’essere una grande arma di affinamento spirituale. Tutti i santi l’hanno chiesta ed ottenuta da Dio. Gesù, ve la chiede anche questo povero infelice peccatore. Dategli la grazia di soffrire!” (Diario, 14 agosto 1949). La sofferenza la chiede come grazia, perché è un’arma che affina lo spirito. É una questione di fede e di coraggio. Con la sofferenza don Antonio chiede a Dio anche il nascondimento, l’umiltà. Come il grano che entra nel solco per morire e dar frutto, la sofferenza accettata e vissuta, soprattutto negli ultimi mesi di vita, ha reso credibile il martirio. 

 

Il 15 agosto, festa dell’Assunta e quinto anniversario della sua ordinazione, don Antonio assiste per l’ultima volta alla S.Messa celebrata in casa dall’amico fraterno don Mario dell’Erba, che si dedicava alla sua cura spirituale. Era ormai diventato un corpo inerte, ma aveva conservato la forza di sorridere e di parlare, in particolare ai suoi bambini che rallegrarono la celebrazione con i canti più belli che lui gli aveva insegnato.

Venerdì 27 agosto ricevette l’unzione dei malati e il viatico dal suo confessore e padrino di cresima, don Luigi Fasanella. Alle 10 del mattino, sotto una leggera pioggerellina estiva, la vita terrena di don Antonio Spalatro si spense all’età di 28 anni e un tocco funebre di campana ne annunciò la morte. La gente si fermò per le strade e tutti mormoravano “É morto un santo”. Nel pomeriggio dello stesso giorno, la salma venne trasportata al SS.Sacramento, la sua parrocchia, per ricevere l’omaggio dei fedeli. La veglia funebre durò tutta la notte. La mattina dopo, una folla immensa riempiva il piccolo cortile della chiesa del SS.Sacramento e le strade vicine. Alle 10 un imponente corteo funebre partì verso la Cattedrale. Le confraternite, le associazioni di Azione Cattolica, i chierichetti delle parrocchie, il clero e il Capitolo al completo, insieme a una incalcolabile folla di fedeli, accompagnarono la salma di don Antonio alla Cattedrale dove l’attendeva l’Arcivescovo Andrea Cesarano che celebrò le esequie. La salma fu inumata nella tomba di famiglia del cimitero di Vieste dove è rimasta fino al 27 febbraio 2013, data della ricognizione e traslazione nella Cappella del Rosario in Cattedrale.

IL PAESE

Don Antonio Spalatro - foto

LA FAMIGLIA

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L’INFANZIA

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LA FORMAZIONE

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L’ATTESA

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LA PARROCCHIA

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LA MISSIONE

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LE PERSONE

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LA MORTE

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