Don Antonio Spalatro - Vieste - sfondi

Con bambini
di prima comunione

Con il gruppo dei chierichetti

Don Antonio Spalatro - immagini

Con il gruppo dei cantori
in Cattedrale

Don Antonio Spalatro - immagini

LA MISSIONE

Il sacerdote è un “mandato”, come Gesù è stato mandato dal Padre. Si legge nel Vangelo “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Gesù manda infatti i suoi apostoli e discepoli per continuare la sua opera di salvezza. Don Antonio sentiva molto forte la responsabilità di questa missione e la portò avanti con ammirevole determinazione per tutta la sua vita. Egli formò la famiglia parrocchiale costruendola sui tre grandi pilastri: liturgia, catechismo, carità

 

Gli anni del secondo dopoguerra furono anni molto duri per Vieste e per tutto il Mezzogiorno. Le popolazioni meridionali erano abituate alla miseria, ma la guerra aveva inflitto loro sofferenze indicibili e danni anche materiali dai quali fu difficile riprendersi. Disoccupazione, fame, povertà, ma anche scarsa scolarizzazione, mancanza di fede e di un’adeguata educazione religiosa preoccupavano molto don Antonio. La sua missione ebbe come destinatari principalmente i poveri che avevano bisogno non solo di pane materiale, ma anche spirituale. Egli si occupò di loro instancabilmente, erano il suo chiodo fisso. Nel quaderno dei malati annotava lo stato di salute dei suoi parrocchiani e provvedeva portando loro conforto spirituale con la comunione, ma anche cibo e dolci quando il malato apparteneva a una famiglia povera. Nei registri di catechismo si appuntava i nomi dei bambini particolarmente indigenti a cui procurava vestiario, scarpe, libri e quaderni affinché potessero frequentare le lezioni senza sentirsi diversi dagli altri.

 

Molti erano i poveri, quelli che non avevano neanche da mangiare, le famiglie con numerosi figli che bussavano alla porta della carità. Don Antonio fu costretto a scegliere la pratica della carità a 360° per venire incontro alle necessità e ai bisogni di tutti. Capì la situazione, che del resto viveva anche nella sua famiglia di origine, e scelse di essere il prete della carità, l’apostolo degli ultimi.

Ogni giorno, a mezzogiorno, si presentava a case di famiglie più abbienti per farsi dare un piatto di minestra calda e portarla a chi non aveva niente. L’offerta della messa che riceveva ogni mattina la destinava a una famiglia povera.

 

Don Antonio ha fatto suoi gli ideali di Gesù e si è sforzato di viverli costantemente. Ha scelto di vivere prima di tutto la povertà. “Il sacerdote o è povero, o non è sacerdote”  è una citazione di don Primo Mazzolari, che egli fa sua “Lo ricorderò per sempre. E se questa frase la leggessi in un momento che voglio sperare resti ipotetico, in cui desiderassi il denaro per star meglio? Concluderò: Non sono più sacerdote!“ (Diario, 25 gennaio 1949).

Egli stesso vestiva ai limiti della decenza. La sua veste talare era lisa, consumata dal tempo e dall’uso e ricopriva con una zimarra pur essa lisa. Aveva diversi rattoppi. Aveva calze bucate e scarpe rotte, che apparivano quando in chiesa si inginocchiava per la preghiera. A volte le calze bucate si svelavano mentre camminava e qualche buona mamma lo chiamava per rammendarle, ma lui si scherniva dicendo che andava di fretta.

Era sempre in giro per le strade della parrocchia ed entrava ora in questa ora in quella casa per portare una parola buona alla famiglia, un conforto ai malati, o lasciare un’elemosina. I malati li serviva settimanalmente con la Comunione. Tutto avveniva nel massimo riserbo. La carità vera è quella che si fa o si riceve nel silenzio e nella discrezione.

 

Don Antonio fu un grande maestro di vita. L’educazione religiosa e scolastica erano il suo chiodo fisso per vincere l’ignoranza religiosa e l’analfabetismo. Il suo sogno, il suo più grande progetto era la scuola di catechismo. “Dio mio, dammi il tuo aiuto per riuscire! Che cosa deve essere un parroco se non un educatore di coscienze?” (Esperienze e fatti, 16 gennaio 1952). 

S’imbattè ben presto però nella carenza di locali. Anche la parrocchia era povera. Il primo parroco riuscì a dotarla di due salette per il catechismo. Don Antonio con grande sacrificio, anche facendo il manovale, riuscì a realizzarne altre tre. In questo modo potè assicurare ai ragazzi un luogo adeguato per le lezioni di catechismo e occuparsi della loro educazione e formazione, non solo religiosa. Il 4 novembre 1951, nella circostanza dell’inaugurazione delle scuole parrocchiali, dopo aver descritto nel suo Diario le tre aule catechistiche, non trattiene la gioia di poter far visitare ai fedeli i nuovi locali, adeguatamente attrezzati “Esclamazioni di meraviglia! Sono contenti”.

Grazie alla sua fede e alla generosità dei fedeli riuscì a realizzare l’oratorio, un’opera ritenuta impossibile per la scarsità delle risorse economiche e la povertà della parrocchia. Arredò le aule come una scuola con banchi scolastici, lavagna, scrivania, registri, una piccola biblioteca. Formò le catechiste, tenne registri dettagliatissimi per seguire la frequenza e le attività dei suoi bambini. Cosa c’è di strano in tutto questo? Oggi è normale, allora no. L’oratorio e il catechismo riempiranno la cronistoria della parrocchia e anche il suo diario personale. Nella festa di Cristo Re del 1953 don Antonio torna a parlare con enfasi e fervore della missione catechistica della Chiesa “Il popolo ha seguito. Dopo la messa i fedeli visitavano i due nuovi locali costruiti quest’anno. […] Parecchi fedeli. Molta allegria. […] si lanciavano confetti. La gioia era comune. A lode e gloria di Cristo. Amen”. Davanti alla pochezza dei mezzi tecnici ed economici don Antonio non si scoraggiò mai. Incontrò indubbiamente momenti di difficoltà a livello personale: stanchezza, malattia, ansia, preoccupazioni. Ma mai si perse d’animo, non si adagiò mai, come lui stesso scrive.

 

Il bisogno del cambiamento don Antonio lo ha avvertito particolarmente in campo liturgico. Liturgia è la S. Messa, il canto, il servizio dei ministranti, la struttura della chiesa che accoglie i fedeli. Don Antonio ha curato la celebrazione migliorando la predicazione e in particolare l’omelia, come testimoniano i suoi numerosi scritti. Preparava con scrupolo le sue prediche. Per il servizio liturgico e delle sacre funzioni istituì i gruppi dei ministranti e dei cantori. Non sa nascondere la gioia che il gruppo dei Chierichetti e dei Pueri Chorales gli procurano con il loro servizio. Sapeva di aver reso alla liturgia un motivo di novità, di apprezzamento e di valorizzazione e ne era orgoglioso, anche se cercava di nascondere ogni suo merito per non peccare di orgoglio e di superbia. 

La parrocchia in tre anni di attività aveva fatto un cammino sensibile. Fece diversi interventi di ampliamento della piccola chiesa perché potesse accogliere un più ampio numero di fedeli, la dotò di nuovi paramenti e arredi sacri. Creò spazi per i gruppi. Rinnovò la cantoria e ampliò la facciata restaurando, poco alla volta, l’intero edificio. La morte lo colse durante i lavori. Il rinnovamento liturgico è stato il suo più grande impegno da sacerdote.

IL PAESE

Don Antonio Spalatro - foto

LA FAMIGLIA

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L’INFANZIA

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LA FORMAZIONE

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L’ATTESA

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LA PARROCCHIA

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LA MISSIONE

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LE PERSONE

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LA MORTE

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